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Parte 3: l'aspra Castilla da Atapuerca a Ponferrada
23 Giugno: Atapuerca - Castroeriz
Mi sveglio che sono solissimo nel Rifugio, non c'è più nessuno. Ieri sera la serata non è andata poi cosi male, anzi. Mentre tornavo verso la stanza si è materializzato un ragazzo spagnolo che prima non avevo visto, mimetizzato com’era tra le coperte. Si chiama Jorge, ha preso qualche giorno di vacanza per farsi tre/quattro tappe del cammino. E' stato mandato dalla provvidenza e la sera passa via bene gustandoci la partita Italia-Spagna assieme ad una coppia di coreani che parlano un inglese stentato. A metà partita crolliamo tutti a letto (rimanendo così amici!). Come dicevo però, quando suona la mia sveglia tutti sono già per strada, però mi hanno lasciato degli allegri bigliettini sul tavolo (con il triste esito della partita!). Rincuorato dal loro ricordo mi preparo la colazione a base di pane, latte e burro all'aperto guardando il sole che sorge sulla brughiera con il silenzio rotto solo dalle rondini. La salita verso Burgos e' breve e dura, ma dalla collina mi appare la città, coperta da una fitta coltre di smog. La periferia industriale della città mi smorza appena la poesia del cammino ma il giro nell'enorme cattedrale gotica non e' infruttuoso: dietro una colonna appare Jorge che è arrivato adesso in autobus. Passeggiamo un po’ nella cattedrale come vecchia amici ammirandone le volte inondate di luce. Abituati alle piccole eremite del cammino, siamo un po’ disorientati dall’opulenza dell’immensa chiesa. Aspetto un po' Cristobal che, come sempre, non arriva all'appuntamento e riparto... Burgos non mi lascia uscire con le sue meraviglie. Mi fermo a gironzolare dentro il monasterio de Las Huelgas (che ricordo citato nel libro di Iacobus) e dentro l'università. Poi passo Tardajos, Rabe, Hornillos: posti quasi disabitati che hanno preso linfa dalla nuova vita del cammino. Dopo Hornillos cominciano le mesatas: immensi e silenti oceani verdi appena striati da qualche vena dorata. Chilometri e chilometri di frumento interrotti solo dalla linea di terra della strada che percorro. Non c'è neppure un albero, sole è maestoso e ringrazio Dio che sia ancora Giugno: in agosto sarebbe un deserto arido di sterpi e pietra. Non c'è nulla, solo alcuni pellegrini esausti ma lo spettacolo che mi circonda e' totale. Il paesino di Hontanas, vivo solo grazie al cammino appare all’improvviso dentro una piccola conca, perso nelle mesetas; qui c’è una grande fontana che ha salvato la vita a ben più di un pellegrino. Voglio fermarmi a dormire dentro le rovine del convento di San Anton, dove gli antichi pellegrini si recavano per curare le malattie. Il piccolo rifugio però e' chiuso e aprirà tra qualche giorno. Molto dispiaciuto per questo mi dirigo nel paesino successivo, Castroeriz. Sono appena entrato nel refugio (aperto) ma non c'è nessuno. Mi sono impossessato del computer in attesa della hospedalero che mi offre una zuppa di aglio (terrificante specialità della zona) in attesa di una coppia di amici di Toledo, per mettere qualcosa di più sostanzioso nello stomaco. Lei è Visitacion, lui non lo so, so solo che è partito da Roncisvalle il mio stesso giorno e, cammiando, mi sta sempre davanti Probabilmente sarà una notte di temporale e domani mi aspettano i templari.
Chilometri percorsi: 55
24 Giugno: Castroeriz – San Nicholas
Dopo l'acquazzone di stanotte l'aria e' frizzante nel rifugio. Mentre mi preparo la colazione vedo dalla terrazza i primi raggi del sole che creano una nebbiolina che avvolge i campi. Oramai non c'e' più nessuno e io me la prendo con calma: la strada per Villalcanzar non è lunga e ho tutto il tempo. Monto in bici e mi aspetta una brutta sorpresa: un dolore pungente alla coscia sinistra mi rende la pedalata dolorosa. Ciononostante salgo la salita Matajudios (ammazza-ebrei!), ribattezzata Matamulos per correttezza politica. Spingo la bicicletta per evitare di sforzare. La discesa la percorro parlando con la coreana Julie, non ha neppure 20 anni ed è qui sola, in un continente straniero, piena di entusiasmo e fiducia. Il paesaggio sta cambiando, il verde sta lasciando il posto al giallo delle spighe mature. Improvvisamente, dal nulla, appare una minuta eremita, quello che è rimasto di un piccolo monastero benedettino. Proprio dentro la eremita c'è un piccolissimo rifugio gestito da una confraternita di Perugia che accoglie i pellegrini da più di 1000 anni, anche se per lunghi secoli è stato convertito in stalla e i pochi pellegrini lo condividevano con le bestie. E' un posto fuori dal tempo e dallo spazio e le due hospitaleras mi invitano a fermarmi, anzi praticamente mi obbligano. Mi chiedono anche se, dopo aver compiuto il cammino, mi piacerebbe un esperienza da hospitalero e la proposta mi affascina, non ci avevo mai pensato. Lascio le sacche e cerco un ristoro in uno dei paesini dei dintorni, paesi di case diroccate e di donne vestite di nero. Stasera mi aspettano gli antichi riti del monastero, come la lavanda dei piedi. I templari aspetteranno domani: già da giorni il cammino sceglie le tappe per me.
Chilometri percorsi: 24
25 Giugno: San Nicholas – Bercianos
Devo fermarmi un attimo anche se è ancora mattina e sarebbe il momento migliore per procedere, ma devo mettere un po' di ordine, per fortuna che pedalo e pedalando i pensieri scorrono più lenti e si depositano sul fondo. Nelle mie intenzioni ieri doveva essere una giornata di riposo e recupero, ma le due anziane hospitaleras italiane mi hanno nominato praticamente hospitaleros aggiunto, visto che sono l'unico che "parla straniero". Hanno chiuso per qualche minuto l'eremita per mostrarmi i suoi segreti, facendomi aprire una cripta paleocristiana che conteneva le spoglie di san Nicolas, ora traslate a Burgos, indicandomi i vari segni (cristiani? templari? pagani?) nascosti nei muri e portandomi a pregare scalzo sull'altare in una sorta di strana iniziazione. Poi arriva Claudio, un ciclista italiano lievemente ferito ad un ginocchio, anche lui viene sequestrato e nominato aiutante sul campo. Non c'è un attimo di sosta: diari da scrivere, registri da compilare, pellegrini da accogliere, compere da fare, cene da preparare, pavimenti da pulire e bellissime pellegrine ungheresi seminude che riposano nel giardino. Gli ordini delle due hospitaleras sono sconclusionati e contradditori: io e Claudio sbattiamo uno contro l'altro e spesso finisco piegato in due dal ridere. Poi arriva un signore con la bici danneggiata e incapace di sistemarla e chiede a me se avessi voglia di farlo. Ci litighiamo un'ora ma poi la bici è come nuova. Il dormitorio è dentro la eremita ma a me spetta il posto d'onore: mi fanno portare il materasso ai piedi dell'altare! La cena è comunitaria, siamo in una dozzina, e tutti ci diamo da fare. Dopo l'intensa cerimonia del lavaggo dei piedi, al tramonto, con il sole che illumina di arancio gli sterminati capri di grano, spontaneamente ci troviamo sulle calde pietre davanti alla chiesetta a suonare la chitarra nel silenzio delle mesetas, ognuno fa qualche canzone: le americane folk, gli spagnoli flamenco, l'argentino tango. Alla fine la chitarra passa a me e canto una mia vecchia canzone. Non so perchè, ma viene benissimo e mi chiedono di proseguire. Ester, la bellissima ungherese, e' appoggiata a me, sento il profumo dei suo capelli, tutti poco a poco vanno a letto e io rimango fuori con lei e il nostro stentato inglese. il momento e' magico, con i colori della sera che le scendono sul viso. Piano piano scende la notte e due candele illuminano l'interno dell'eremita. Ester va a letto ringraziandomi (non so perchè ma forse l'ho capito). Fa molto freddo e, avvolto in una coperta mi avvio per le infinite mesetas fin quando, quasi di colpo si accendono tutte le stelle dell'universo e la Via Lattea, precisa, mi indica la strada per Santiago.
La mattina parto e la signora mi regala una conchiglia, simbolo del pellegrino. Mi aspettano chilometri di paramo nudo e crudo: man mano che avanzo il paesaggio volge sempre più verso il giallo, Boadilla, Fromisa, Carrion passano in mezzo a campi di grano oramai maturo. Il paesaggio assomiglia un po’ alle nostre pianure: casolari, trattori e filari di pioppi e tigli. Visito templi romanici, costruiti dai templari e mi perdo nelle volte romaniche dove l’oscura presenza di motivi pagani e romani mi rievoca suggestioni cavalleresche. Sbatto contro mille storie: c'è Nicola, un ingegnere di Vicenza che si e' preso tre mesi per decidere qual e' la sua strada, David, olandese, che si è licenziato, ha venduto casa e macchina ed e' ritornato a casa e sta cercando delle risposte. Io sono in bici e passo veloce ma loro penano e soffrono sotto il sole pazzesco del pomeriggio con i piedi massacrati e non c’è una goccia d'acqua per chilometri. Lascio anche Sahagun, e attraverso paesini semiabbandonati fatti ancora di case di fango arrivo a Bercianos che si è autoeletta mia tappa finale. L'accoglienza e' splendida: gli hospitaleros mi ricevono come un vecchio compagno di viaggio, mi danno letto e coperte e poi mi offro volontario per le faccende. Parlo un po' con la gente intorno: sono tutti del nord Europa e si pratica tutti inglese. Anche oggi il miracolo della cena comunitaria, un momento di condivisione autentica che fa scattare i flash delle macchinette. Al mio fianco Genevieve, una bionda sudafricana. Tutti assieme raccolti in silenzio a guardare il tramonto e poi la fatica si fa sentire. Mentre tutti dormono, come al solito mi intrattengo con gli hospitaleros, che hanno sempre una storia da raccontare. Anche io ne avrò una.
Chilometri percorsi: 80
26 Giugno Bercianos – Virgen del Camino
Lascio Bercianos all'alba, il sole è appena sorto sul paramo ma sono contagiato dalla frenesia collettiva: Santiago si fa sempre più vicina. Genevieve è con me e passeremo l'intero giorno assieme. Gli anonimi paesini di pietra e fango si susseguono ogni manciata di chilometri. Paesi che raccontano di accampamenti romani, di fiorenti commerci, di castelli templari e di battaglie tra le armate cristiane e arabe. Di queste orme non rimane che il confuso ricordo. Tra la nebbia della mattina appare anche il ragazzo di Toledo, quello che qualche giorno fa mi ha offerto una birra, e che è partito assieme a me, da Roncisvalle, a piedi, forse 1000 anni fa. Lo saluto ancora una volta, forse l'ultima e neppure stavolta gli chiedo il nome. Il viaggio fino a Burgos è il cammino di un tempo. Dopo la nascita della Navarra, la morte delle mesetas, in attesa della resurrezione della Galizia. Genevieve mi racconta del suo lontanissimo paese e io delle meraviglie sudamericane. Tutto ha un sapore particolare nel duro paramo della Castiglia. Malvolentieri lasciamo il sentiero per addentrarci nella periferia di Leon. Ci fermiamo in centro a pranzare ma la mia destinazione è poco più in là, alla Virgen del Camino. Nuvole nere avvolgono l'azzurrissimo cielo della mattina frizzante di Bercianos. La Vergine del Cammino però e' solo un trucco semantico. Oramai inglobata nella terrificante zona indusitriale di Leon che tanta fatica e smog ci è costata, della gloria di un tempo non rimane traccia. Sono cosi stanco e bagnato che il mio unico pensiero è l'hostal. Nuovo, grande, pulito, pratico, essenziale, cibernetico e drammaticamente deserto. Solo un silenzioso gruppo di tedeschi. Darei la mia bicicletta per vedere apparire Cristobal, Claudio, Jorge, Martino o la bella Ester che con uno sguardo silenzioso mi ha scolpito il cuore. Ma stasera il miracolo non si ripete. Genevieve è a dormire, i tedeschi sono come fantasmi e forse mi viene da piangere. Il cammino, per un momento, ti da tutto e ti porta via tutto, se lo fai in bicicletta. Nessuna stella stanotte, tra le gelide fabbriche di Leon. Nessuno canta canzoni.
Chilometri percorsi: 55
27 Giugno Virgen del Camino – Rabanal
Stamattina parto presto, alle sette e mezza sono già in strada. Genevieve parte addirittura prima, la reincontrerò dopo una ventina di chilometri, obbligata a fermarsi per un dolore alla caviglia. Io scappo il più lontano possibile dall'autostrada, rischiando anche di farmi investire da un camion che attraversava lo sterrato. Mi ritrovo in un paramo assolato, aspro, incolto e silenzioso che mi ricorda un po' l'amata savana venezuelana. Vado avanti per chilometri senza incontrare niente e nessuno, neppure le frecce gialle e le conchigliette che sempre segnano il cammino. Passo i pochi paesi persi nelle mesetas, pochissimi i pellegrini che osano avventurarsi da queste parti. Ci sono chilometri e chilometri tra una fonte d'acqua e la successiva. Gli immensi campi coltivati hanno lasciato posto a incolte praterie ininterrotte. Farlo in bici è dura, non tanto per la fatica, quanto per la crudeltà del paesaggio, farlo a piedi deve essere una cosa che ti rivolta da dentro. Arrivo ad Hospital de Orbigo, passaggio obbligato e qui c'è una storia da raccontare. C'e' un ponte, lungo, di pietra, costruito dai romani che qui avevano un accampamento e allungato dai Templari che qui proteggevano il passaggio dei pellegrini medioevali. Si parla di molte battaglie per predominio o onore, combattute proprio su questo ponte che ha visto passare armate romane, eserciti visigoti e anche truppe inglesi e francesi nella guerra di indipendenza. Ma si racconta anche di un altra storia di gloria, quella di Don Suero de Quiñones, un impavido cavaliere malato d’amore che, per difendere il suo onore, per un mese intero affrontò e sconfisse 300 cavalieri di tutto il mondo allora conosciuto, che arrivarono spinti dall'amore per l'impresa o dall'odio verso il nobile cavaliere. Dopo l’impresa, passata alla storia come l’ultimo grande torneo medievale d’Europa, il cavaliere peregrinò con i suoi sino a Santiago, dove si liberò dal suo vincolo recando in dono un prezioso bracciale che ancora oggi risplende sul busto del santo. Dopo alcune colline di lecci e piccoli campi coltivati, dal Cruceiro de Santo Toribo si scorge Astorga e la sua immensa cattedrale. Più in là svettano le montagne: il paramo è quasi finito ma ci sono altre prove da superare. I pellegrini guardano questi monumenti con un po' di diffidenza. Ci sentiamo più a nostro agio nelle piccole eremite del cammino, con muri antichi già crollati diverse volte, con un rozzo crocefisso di legno e banchi irregolari. Ci fermiamo dentro, ci rinfreschiamo e ci sentiamo bene, un po' più in contatto con Dio. Queste grandi cattedrali piene di oro e di sfarzo ci spaventano un po', non le sentiamo parte del nostro cammino. Quindi vado avanti e macino gli ultimi chilometri del paramo. Pedalare è bello, mi sento bene e proseguo in salita in mezzo ai primi boschetti. Mi fermo tardi, a Rabanal, un paese fondato dai templari per proteggere la salita dei pellegrini al monte. Sono andato molto più avanti del previsto ma il posto e' bellissimo. Mi accoglie una coppia di hospitaleros inglesi in un hospital dipendente dalla loro confraternita. Dopo la benedizione del pellegrino in canto gregoriano, fatta dai monaci del posto, inaspettatamente compare il fido Claudio, che era con me a San Nicholas. E bello ritrovarsi qui, in tutt’altro contesto. Passo la serata per il paese, scambiando esperienze di cammino con chi vuole parlare con me. Sto bene, sono fiducioso: le salite, tutte le salite, non mi spaventano più.
Chilometri percorsi: 62
28 Giugno Rabanal – Ponferrada
Con gentilezza anglosassone stamattina l'hospitalero inglese mi ha buttato giù dal letto: grazie al silenzio artificiale dei tappi nelle orecchie non mi ero neppure accorto che ero rimasto l'unico nel rifugio. Non c'è fretta stamattina e mi attardo nel bar a chiacchierare. La salita che mi aspetta è forte, ma mi ricorda le mie montagne e mi pare meno dura del paramo assolato. Ci sono altri ciclisti, ma le loro bici sono leggere e pulite, non hanno il fango e il sudore dei Pirenei. Partono da Burgos, Leon o addirittura Astorga, per fare il minimo percorso possibile per avere la Compostela, il documento che attesta il pellegrinaggio. Io sono più veloce di loro, per età e chilometri ma li lascio sfilare veloci su asfalto, preferendo i tracciati di terra e sassi. Li guardo con diffidenza, lo stesso sguardo che rivolgono a me quei pochi pellegrini che sono partiti dalla Francia oramai più di tre settimane fa e hanno la schiena dolorante e i piedi gonfi. Foncebadon, quando Paulo Coelho ci passò vincendo il suo demone personale era un paese fantasma. Lo è ancora, ma due allegri ostelli lo colorano un po’. Più avanti la croce di Ferro, con il suo alto mucchio di pietre, depositate dai pellegrini di ogni tempo. Anche io metto la mia che sto trasportando da diversi chilometri. Si scende tra paesi diroccati, abbandonati da più di 50 anni, quando, sulla destra, tra le macerie del villaggio di Manjarin appare una strana specie di rifugio di legno e pietra, e' piccolo e spartano, lo gestisce Tomas, l'ultimo cavaliere. Tomas era un rivoluzionario sessantottino filomarxista quando decise di intraprendere il cammino di Santiago, il motivo non me l’ha detto, forse nemmeno lui lo sai. Passando per le rovine di Manjarin si addormentò e sognò i Templari. Non arrivo' mai a Santiago. Si fermò qui, da solo, costruendo questo rifugio che accoglie i pellegrini tutto l'anno, soprattutto in inverno quando imperversano le bufere di neve. Lui non ha avuto bisogno di completare il cammino, la sua strada l'ha trovata prima, tra le montagne, in questo posto magnetico, come dice lui. Il comune gli ha tagliato la luce e l'acqua, si è incatenato per 8 giorni alla cattedrale di Astorga, senza mangiare ma non ha ottenuto niente. Ora non gli importa più e i pellegrini lo ringraziano ogni giorno dell'anno. Mi offre te e biscotti, accetto e scendo veloce tra bei paesini di montagna con le case di sassi e i tetti di ardesia fino a Ponferrada, dove, nel suo castello templare, Paulo Coelho assistette all'iniziazione di un templare. Decido di fermarmi qui per visitare il mistico castello che però si rivela una mezza delusione: dell'antico maniero non resta quasi niente, tutti i suoi simboli spariti per sempre a causa di ricostruzioni quattrocentesche. Rimane comunque una bella attrazione. Approfitto del pomeriggio per fare il turista, visitando la basilica che custodisce una statua della vergine apparsa miracolosamente dentro una quercia mentre i templari la stavano abbattendo per costruire il castello. Dentro la chiesa c’è gente elegante e fuori si sta preparando un grande rinfresco, ma oramai è tardi e prendo posto del grande e moderno hostal. Fa molto caldo a Ponferrata ma Santiago è un po' più vicina.