Stefano Antonietti


Vai ai contenuti

Galizia

Santiago > Diario

La verde Galizia da Ponferrada a Monte do Gozo

29 Giugno: Ponferrada – Ruitelan


Turisti. Brutta gente. Arrivano a frotte, in corriera, occupano i posti negli Albergue ma non ne rispettano le regole. Hanno radioline e computer portatili, si muovono perlopiù sulla strada e fanno solo piccoli tratti a piedi così la sera non sono stanchi e gridano e ridono fino a farsi richiamare dai miti hospitaleros. Ma questo è il cammino delle persone comuni, e non hanno colpe, hanno solo una maniera diversa di vedere le cose e non possono capire la fatica di coloro che sono partiti da lontano quasi un mese fa. Dopo una notte travagliata a causa dei primi che fanno casino fino a mezzanotte e dei secondi che alle 5 sono già pronti per partire, esco alle luci dell'alba. I bar sono tutti chiusi e per le strade c'è gente ancora elegante e allegra dopo la grande festa che si è tenuta a Ponferrata tutta la notte. La lascio alle mie spalle molto presto, lungo quel ponte di cemento che ha sostituito l'originale ponte di ferro che ha le dato il nome e mi avvio per questa fertile pianura fatta di campi, fattorie, orticelli e paesini. A Camponaraya esco dal cammino per visitare un monastero preromanico che è fuori tragitto. Ovviamente e' chiuso perchè il custode non si manifesta. Nell'attesa faccio colazione in un bar dei paraggi con una bella cameriera spagnola con gli occhi tristi e un signore dai modi rozzi e sbrigativi. Mentre esco lui mi segue e mi regala un foglio con una poesia/augurio per i pellegrini. Rinfrancato da questo gradito e inaspettato regalo, riprendo la mia strada in un paesaggio spezzettato di boschi, vigneti e orti, ben diverso da quello senza fine a cui mi ero abituato. Arrivo a Villafranca dove, nella chiesa di Santiago, un papa nel XII secolo aveva dichiarato che, per chi non avesse avuto la forza di valicare le montagne successive, sarebbe bastato superare la porta a nord della chiesa, la Porta del Perdono, per ottenere l'indulgenza plenaria. La porta è chiusa e quindi dovrò proprio raggiungere Santiago. Proseguendo, di fronte a me, in una valle costeggiata da immensi castagni, un gruppo di monti nasconde O Cebreiro. Ma è tardi e sono stanco. Mi fermo in un piccolo albergue di pietra e legno, a Ruitelan. Il pomeriggio passa lento leggendo in amaca, parlando con gli altri pellegrini o con i vecchi del paese, che conta di ben 23 abitanti. Le loro storie parlano di dittature, fame, emigrazione e felice ritorno a casa. Sono storie che assomigliano a quelle della gente delle mie valli e le ascolto con infinito piacere. La cena nel rifugio è eccellente e comunitaria, si respira una bella aria resa frizzante anche dall'imminente finale dell'europeo. Il cibo è buonissimo e dopo tutti assieme a vedere la partita vittoriosa della Spagna. Tutti festeggiano, anche i tedeschi, facendo buon viso a cattivo gioco. C'è solo una ragazza in disparte, dorme vicino a me ma non cena con noi e non partecipa all'allegria collettiva. Le chiedo se stesse poco bene e mi risponde che non ha fame, (chiaramente mentendo, visto ci guardava salivando come un molosso), le chiedo se avesse bisogno di aiuto o se preferisce che me ne vada. Non risponde ma annuisce lievemente. Le chiedo scusa e non ho più saputo niente di lei. Domani, all'alba mi aspetta l'ultima grande salita. Dalla cima, se sarò fortunato vedrò per la prima volta la mia meta.

Chilometri percorsi: 40


30 Giugno Ruitelan - Samos

Stamattina sveglia presto. Anche se potrei uscire alle 8, tutti sono già attivi prima delle 6. Facciamo la colazione tutti assieme e ci auguriamo buon cammino. Il buon Carlos, un hospitalero gentile e premuroso ci abbraccia tutti come se fossimo suoi vecchi amici: conosce a memoria i nomi di tutti. Alle 7 e mezza è ancora quasi buio ma sono per strada, il bosco è umido e odoroso, l'aria frizzante e pedalo molto volentieri. La salita è abbastanza forte, ma il bosco mi è amico. Dopo qualche minuto spunta il sole, i cui raggi penetrano nella valle. Nessun ciclista, e pochi pellegrini nel sentiero alla mia sinistra. Passo paesini nascosti tra le valli, ponti romani orrendamente asfaltati e mi chiedo quanto dura potesse essere la vita dei pellegrini medioevali, con la traccia romana ingoiata da una foresta infestata dai lupi. Più avanti incontro Cristina, una bella ragazza di Barcellona che pedala sola, mi chiede se abbia voglia di fare la strada con lei, quindi seguiamo assieme. Lei e' diversa dagli altri, percorre rapida il cammino, non crede nè vuole farlo, non cerca niente nel cammino e quindi non vuole trovare niente, pur sentendo la fatica dell'andare. Ci fermiamo a O Cebreiro, in cima alla montagna e la Galizia di apre di fronte a noi, verde e luminosa, purtroppo un denso fumo avvolge la pianura e non si vede il mare ancora lontano. O Cebreiro è un paesino di una dozzina di case con i tetti di paglia e ardesia, nella cui chiesa Coelho ricevette la spada che aveva meritato nel cammino. Ma c'è un'altra storia da raccontare, un contadino di un villaggio vicino era salito sul Cebreiro per seguire la messa in un giorno di tempesta. Celebrava la funzione un monaco quasi senza fede che dentro di se aveva disprezzato il sacrificio del fedele, ma, al momento della consacrazione l'ostia si era trasformata nella carne di Cristo e il vino nel suo sangue. La particola e la tovaglia macchiata di sangue si trovano ancora qui, un tesoro più grande di tutte le ricchezze del Vaticano. Il contadino e il monaco videro e cedettero. Poi costruirono assieme questa chiesa. Nessuno sa i loro nomi, le loro ossa riposano sotto due lastre mute di ardesia, nella cappella dove sono contenute anche le reliquie. Il posto ha qualcosa di mistico e vorrei fermarmi un po’ di più e magari raggiungere la croce in cima al monte, dove Coelho vide i segni che l’avrebbero portato a ritrovare la sua spada. Ma lo sguardo di Cristina è emblematico e decido di scendere con lei. Io e Cristina scendiamo rapidi, lungo il cammino largo e sterrato, passando scorci verdi e intensi. Presso una contrada troviamo una quercia vecchia di mille anni, lei forse sa il segreto del cammino. Arriviamo a Tricastela, dove, a malincuore la saluto. E' stato bello passare l'intera mattina con lei, ma è veloce e io invece ho ancora molto da capire. Mentre pranzo in un bar del centro, improvvisamente si materializza davanti a me il ragazzo di Toledo di cui non conosco il nome, quello partito da Roncisvalle a piedi, lo stesso giorno mio. Sta macinando 50 chilometri al giorno sotto le scarpe. Lui e la sua ragazza mi invitano a prendere un dolce assieme e poi ci diamo appuntamento alla messa di Santiago, giovedi mattina. Esco ancora una volta dal cammino, verso il monastero di Samos, attraverso rigogliosi boschi intervallati da piccoli paesini di case e stalle, con verdi orti separati da sottili lastre di ardesia. Solo chilometri di silenzio, di indimenticati profumi agresti e paesaggi bucolici. Dopo una collina mi appare il monastero che, a me abituato alle piccole eremite dal paramo e alle minuscole chiese della Castilla, sembra senza fine. E' quella la mia destinazione stasera. Dormirò nel rifugio all'interno dell'enorme monastero.

Chilometri percorsi: 48

1 Luglio: Samos – Casanova

Ci sono due parole che non si dicono quasi più nel cammino, da usare come augurio per chi va: Ultreya (sempre più avanti) e Suseya, (sempre più in alto). Ultimamente però la parola d'ordine sembra essere "sempre più presto". Sveglia con il buio perchè alle 7 bisogna raccogliere la bicicletta. Anche la chiesa è ancora chiusa e alle 8 è già quasi un'ora che pedalo; la nebbia, quella stessa nebbia che copriva le pianure dal Cebreiro, è fitta e disegna inquietanti profili nelle querce, nei cipressi, nei castagni secolari che circondano il cammino. Il bosco alterna improvvise, orizzontali radure quando, a metà mattina, da una collina appena più alta delle altre, si apre, libera dalla nebbia, l'intera verdissma Galizia che, con i suoi campi ben tenuti, i suoi muretti a secco, i suoi rigogliosi boschi, mi ricorda moltissimo l'Irlanda. Arrivo a Sarria, i pellegrini qui raddoppiano, triplicano, si elevano a potenza perchè, mi dicono, mancano poco più di 100 Km a Santiago e questo è il minimo sindacale per avere la Compostela. Lungo la strada incontro per l'ennesima volta Sonia e Paola, le due ragazzine di Barcellona. Quando le ho viste la prima volta, a Pamplona, non avrei scommesso una lira non solo sul loro arrivo a Santiago, ma neppure sulla loro sopravvivenza, tanto erano sprovviste di attrezzatura e allenamento. Invece sono ancora una volta più avanti di me. Anche a loro do l’appuntamento a Santiago, per la messa di Giovedì. Passata la colonnina che segna i meno 100 Km all’arrivo, continuo su e giù per boschi e prati e arrivo al grande lago artificiale di Portomarin, che occulta le vecchie rovine della città, allagata e ricostruita per la formazione del lago. E' presto e anche se le gambe sono pesanti, la volontà spinge avanti. Le indispensabili frecce gialle, precise e amiche, mi guidano attraverso una miriade di paesini rurali il cui nome e' labile nella memoria. Poi ricomincia la salita forte e penso a come mi piacerebbe avere un compagno di viaggio, come Cristina, per dividere la fatica, ma ci sono solo campi, boschi e sole. E frecce gialle, come le prime, disegnate qualche anno fa, da Elias Valina, un sacerdote del Cebreiro, che, stanco di dovere aiutare i pellegrini perduti nel bosco si fece regalare un secchio di vernice gialla da un gruppo di operai che stava facendo dei lavori nella strada. E cosi disegnò la prima, piccola, umile e vitale freccina colorata che, ora insieme a mille altre, indica senza errore il cammino. Dopo infiniti sali e scendi mi fermo a Casanova in un piccolo rifugio gratuito. Mi sdraio sul campo a guardare le nuvole rapide che velano il sole e la mia testa è incredibilmente libera. Fresca e libera, non ci sono pensieri pesanti, ma solo la gioia di un'altra giornata di libertà totale. Domani mi aspetta Santiago, forse già ne toccherò le pietre; i pochi pellegrini attorno a me parlano animatamente o leggono e tradiscono il nervosismo della vigilia. Io no perchè forse ho capito che Santiago non è la meta, ma solo “la metà di una meta”.

Chilometri percorsi: 62

2 Luglio: Casanova – Monte do Gozo

Parto tardi stamattina, ha piovuto tutta notte e l'aria è fredda e umida. Le due hospitaleras non ci sono e mi permetto di oziare a lungo nel sacco a pelo. Quando esce il sole sono pronto per partire per l'ultima tappa, quella per la quale sono venuto. Mi sento diviso tra la voglia di arrivare e la malinconia che accompagna ogni traguardo. Nuvoloni neri mi circondano ma da un pertugio filtra il sole e non mi abbandonerà mai per tutto il pomeriggio, nonostante le nuvole cariche d'acqua mi comunichino fretta. I boschi di enormi latifoglie lasciano spazio a boschi di conifere alternate a distese di inaspettati quanto graditi eucalipti il cui profumo e' reso più intenso dalle piogge recenti. Pilastrini di cemento mi avvisano che mancano 60, 55, 50 km. Mi fermo a Melide, a fare colazione. Mentre mi avvio verso il bar compare da dietro un angolo il ragazzo di Toledo del quale mi ostino a non sapere il nome. Come molte altre volte ci troviamo allo stesso tavolo a dividere il cibo e lo sento come un regalo. Continuiamo a ritrovarci e il perdersi non e' mai un problema, è solo questione di tempo. Poi mi inerpico attraverso questi boschi odorosi della Galizia, attraversando le ultime valli, fiumi, colline. Passando paesini di gente cordiale, di orti e di greggi. Tutti mi augurano buon viaggio e mi ricordano che l'arrivo è vicino. Dopo essermi riposato un po' in un albergue del cammino mi rimetto in bici, ma il vento atlantico, quello che fa crescere rigogliose le piante della Galizia, soffia forte e freddo da ovest, salgo le ultime colline e mi accorgo di essere davvero stanco non tanto per la pesantezza delle gambe, quanto per i rapporti leggerissimi che uso. Passo Lavacolla e il suo fiume dove i pellegrini di un'altra era lavavano se stessi e i vestiti per entrare puliti nella cattedrale. Mi aspetta l'ultima salita, a Monte do Gozo, il Monte della Gioia, dove Giovanni Paolo II, il papa pellegrino, raccolse tutti i ragazzi del mondo nel 1989 e qui mi fermo. Santiago si stende ai miei piedi. Manca un respiro ed è fatta. Domani però, domani. Ho molti pensieri da raccogliere ancora.

Chilometri percorsi: 65


Torna ai contenuti | Torna al menu