Stefano Antonietti


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Santiago

Santiago > Diario

Apoteosi Compostelliana

3 Luglio: Monte do Gozo – Santiago

Santiago. Mi sveglio che è ancora notte e indugio nelle coperte fin quando è abbastanza chiaro per uscire. A dispetto delle previsioni non c'è una nuvola nel cielo, ma il freddo rimane pungente. Mi butto giù dalla parte sbagliata del Monte do Gozo e devo salire un'altra volta, non importa. Spuntano le guglie da lontano, pedalo con lo sguardo fisso ma la fredda perfiferia le nasconde, le confonde in un turbine di traffico e smog. Ma io ho le mie amate freccette gialle che mi guidano, timide, sbucando tra le nere pietre della città. Arrivo alla cattedrale da dietro, un paio di rampe di scale sotto delle ampie volte e ci sono. Plaza do Obradoiro. Faccia a faccia con la cattedrale. Io e lei, la piazza e' ancora deserta. Ho già visto tutti i più sacri luoghi del cristianesimo, San Giovanni Rotondo, il sepolcro granitico di San Francesco, le guglie del Duomo di Milano, Piazza San Pietro con un indimenticabile omino lontano vestito di bianco. Sono stato anche a Gerusalemme e ho toccato la nuda pietra che fece da sepolcro al Signore. Ma stavolta è diverso. La cattedrale e io, la stessa cattedrale che mi ha sostenuto l'andare da un paese della Valleogra. E' diverso perchè stavolta ci sono stati il sole, la terra, il vento e la pioggia. C'è stata anche la fatica ma è una cosa che sta in secondo piano ora. Ci sono state le tante storie che hanno incrociato il mio passo e le ricordo tutte, una ad una. E poco a poco arriveranno qui tutti, chissà se si ricorderanno di me come io mi sto ricordando di loro, in questo momento. Arriverà il fido Claudio, Genevieve, Martino, Eszter, la dolce ragazza dell'Ungheria che non ho mai baciato, arriverà Cristobal con la sua debordante energia, forse per ultima arriverà Fatima, che partì con me da Saint Jaques, tanti giorni fa. Arrivo nella piazza mescolando le emozioni, non ho fretta di entrare e mi siedo dalla parte opposta della piazza a guardare tanto splendore. Santiago, dove mille anni fa un pastore vide cadere una pioggia di stelle su un campo, un campo di stelle, Compostela lo chiameranno. Santiago è un luogo di rimbalzo, non è un luogo di arrivo. Anche io resto rimbalzato e rimango lì, appoggiato alla bici. Mi vengono in mente le parole di Tomas, lo strano ultimo cavaliere: "fin qui e' stato facile, è quello che rimane la parte più complicata", perchè anche io ho capito che il cammino è una metafora della vita, con le emozioni compresse nel tempo e dilatate nello spazio. E anche che il bello di fare un viaggio, non è la meta, bensì il percorso che si fa per raggiungerla: il vero obiettivo sono le prove compiute durante il conseguimento di esso. All'improvviso sento una voce amica che mi chiama: è Visitacion, la fidanzata del ragazzo di Toledo, che scopro ora chiamarsi Josè. E' lei che mi accompagna nella cattedrale, dove una dorata statua dell'Apostolo mi accoglie con un espressione quasi commossa dagli abbracci dei pellegrini. A dispetto della facciata barocca, l'interno è romanico, raccolto, mi prostro dinnanzi alla teca argentata che contiene ossa del fratello di Gesù. Poi aspettiamo Josè che anche oggi ha camminato dalle 6. Dopo la grande celebrazione di mezzogiorno, pranziamo assieme e poi partono verso casa. Io mi perdo nei vicoli e tra le allegre bancarelle del mercato medioevale, ma per quanto ci provi ritorno sempre in Plaza do Obradoiro, e vedo che lo stesso succede agli altri. Qui è come stare a casa, si tolgono le scarpe e tirano fuori panini e borracce. E io li guardo felice per aver condiviso l'andare con loro. Solo adesso capisco le parole di Coelho, “lo straordinario risiede nel cammino delle persone comuni”: il cammino di ognuno è sempre qualcosa di straordinario, senza il bisogno di cercarlo in azioni fuori dal comune. Piano piano finisce la giornata e con lei finisce il cammino. Io me ne andrò ancora più avanti, voglio vedere dove finisce il mondo e inizia l'oceano. Ma questo domani. Domani.

7 Luglio: Santiago

E cosi è terminato il mio cammino ed è arrivato il momento di tornare a casa. Sono arrivato a toccare l'oceano, ma e' stato più complicato del previsto. Sono arrivato a Negreira, neppure 50 km dalla fine del mondo sotto il diluvio. Sono stato male e le gambe non mi seguivano più, ma neppure la testa c'era più. Sono tornato (neanche troppo malvolentieri) nella bella Santiago che mi ha regalato una bellissima festa in costume medioevale. Santiago è stupenda anche quando piove, forse più bella ancora: le pietre diventano scure e assume un aspetto austero ma accogliente. Così, il giorno dopo, ho preso l'autobus e sono andato a vedere l'estremo occidente del mondo antico. Ma non è questo importante, il cammino, quello vero, era già finito in piazza Obradoiro. Ancora non sono pienamente cosciente di dover tornare a casa, ma so che una volta toccato il suolo del mio paese mia non troverò più le care freccette gialle dipinte sui muri che mi indicano la strada. Più nessuna guida nel cammino e forse costerà fatica ritornare alla vita ordinaria che mi era costato lasciare. Non devo permettere che le esperienze accumulate vengano dimenticate ma devo curarle più della mia Compostela che, alla fine, non è niente altro che un pezzo di carta. Tornerò al cammino? Non lo so, forse come hospitalero come mi hanno consigliato le due anziane di San Nicholas, o forse tornerò per chiudere i conti e toccare la fine del mondo con le mie gambe, o forse non tornerò più per lasciare questa esperienza intatta e incorruttibile nella memoria. L'importante è non smettere mai di camminare, di cercare; continuo ad essere in cammino verso una meta che ancora non ho raggiunto.

Lo straordinario risiede davvero nel cammino delle persone comuni.



Santiago, 7 luglio 2008


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